Consiglio Pastorale Parrocchiale
Chiesa Madre - Veglie

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Natura-finalità e compiti del consiglio pastorale parrocchiale

  1. natura

Il Consiglio Pastorale Parrocchiale (d’ora innanzi C.P.P.), è un organismo e uno strumento di comunione, di partecipazione e di corresponsabilità ecclesiale.
Esso significa e rappresenta l’unità della fede e la comunione di tutti i fedeli tra loro con i pastori; significa e rappresenta ancora il momento privilegiato della vita della comunità nel suo aspetto operativo-missionario, come luogo dove convergono e si fondano tutti i doni ed i carismi per il servizio degli altri; dove si incontrano e trovano eco tutti i bisogni, le necessità, i desideri e le attese che emergono dalla vita della comunità locale.

Per questo se vuole essere rappresentativo, il C.P.P. deve venir fuori dalla comunità stessa come espressione di crescita e di maturità ecclesiale; la vera rappresentatività della comunità, infatti, si realizza quando tutti i suoi componenti possono esprimere il loro consenso.

Per sua natura il C.P.P. è occasione di incontro e di comunione tra persone di diversa estrazione sociale, culturale, professionale, le quali si riuniscono con l’intento di costruire insieme, di arricchirsi l’uno dei dono dell’altro, riconoscendo le proprie insufficienze ed i propri limiti, al di fuori di “ogni confronto polemico e di affermazioni personali o di categoria” (pini c., Il consiglio pastorale parrocchiale, LDC 1990, 15).

Il Codice di diritto canonico al canone 536§1, così recita: “Se a giudizio del Vescovo diocesano, sentito il consiglio presbiterale, risulti opportuno, si costituisca in ogni parrocchia il consiglio pastorale, che è presieduto dal parroco e nel quale i fedeli, insieme con coloro che in forza del loro ufficio partecipano alla cura pastorale della parrocchia, prestino il loro aiuto nel promuovere l’attività pastorale”.

Dal tenore del citato canone, il Codice dà solo un’indicazione generale sulla sua composizione.

E’ composto dal parroco, che ne è di diritto il presidente; da coloro che in forza dell’ufficio partecipano alla cura pastorale della parrocchia (come il vicario parrocchiale, il collaboratore, i lettori, i catechisti, i diaconi permanenti ecc.); da altri fedeli, “che siano in piena comunione con la Chiesa” (can. 512§1) e che si distinguano “per fede sicura, buoni costumi e prudenza” (can. 512 §3).

La composizione di ogni C.P.P., perciò, deve tener conto della fisionomia specifica della parrocchia, della presenza di gruppi, movimenti ed associazioni ecclesiali come anche è opportuno evitare la costituzione di consigli talmente numerosi da rendere molto difficoltoso, se non impossibile, il dialogo ed il confronto; ma è ugualmente importante evitare la costituzione di consigli poco o per nulla rappresentativi della comunità parrocchiale.

Resta da trattare un’ultima questione, senza dubbio spinosa: il Codice, al can. 536§2, dice espressamente che il C.P.P. ha solamente voto consultivo. I fedeli, dunque, non sono consultati come esperti in virtù della loro scienza o della loro competenza, ma in virtù della loro condizione di battezzati e dei carismi che sono loro propri. Al termine del commento al can. 536, il C.P.P. può essere descritto come una istanza sinodale dove, sotto la presidenza del parroco, alcuni parrocchiani tengono consiglio per studiare l’azione pastorale della comunità, valutarla e proporre delle conclusioni pratiche, in vista di una migliore conformità al Vangelo.


2. finalità

La finalità propria del C.P.P. è quella di collaborare alla promozione dell’attività pastorale; in altri termini, il C.P.P., studia e promuove quelle iniziative atte a rendere conformi la vita e le azioni del popolo di Dio agli insegnamenti del Vangelo. In particolare riflette sulla situazione e sulla vitalità della comunità parrocchiale e di tutta la popolazione del territorio; individua le esigenze primarie religiose ed umane della popolazione e programma interventi secondo precisi piani pastorali, stabiliti all’inizio di ogni anno pastorale, in conformità al cammino di tutta la Chiesa locale. Inoltre favorisce la comunione tra gruppi ecclesiali di esperienze diverse presenti nella parrocchia per attuare una concreta ed efficace pastorale organica presente nella parrocchia, decide le attività unitarie, sceglie i mezzi adeguati per attuarle e ne verifica la realizzazione.

Per una buona razionalità il Consiglio, oltre allo statuto e al regolamento, emanati dall’Ordinario diocesano, necessita di alcuni organi stabiliti:

  1. compiti

Tutti i problemi che riguardano la vita e la missione della parrocchia interessano il C.P.P.; esso in particolare studia e promuove quelle iniziative che si tradurranno sul piano operativo come strumenti atti a far vivere interiormente e ad esprimere i valori spirituali acquisiti. E cioè:

  1. riflettere sulla vitalità religiosa della parrocchia, soprattutto su ciò che riguarda la conoscenza e l’adesione alla fede, la pratica dei sacramenti, la vita morale e l’esercizio della carità e della giustizia, la partecipazione alla vita ecclesiale e sociale. Tutto ciò potrebbe essere rilevato mediante un sondaggio sociologico;

  2. individuare le esigenze primarie e programmare gli interventi secondo precisi piani pastorali. Non si può affrontare la situazione in blocco: l’azione pastorale deve essere graduale e deve rispettare i tempi di maturazione, la fretta può portare il Consiglio a sostituirsi alla Comunità imponendo direttive dall’alto;

  3. decidere le attività concrete, i mezzi adeguati per attuarle e seguirne la realizzazione. Ogni iniziativa nel suo sviluppo ha bisogno di animazione, di stimolo, di coordinamento, come della critica e dell’analisi per verificarne la validità o meno ci certe prese di posizione e a portare, se necessario, adeguate modifiche (pini c. , Il Consiglio…, op. cit., 34-35).

Delineati così i compiti del C.P.P. si comprende come suo scopo precipuo sia quello di studiare delle iniziative che modifichino la situazione esistente. Non basta cambiare le strutture: “tutto quello che si opera sul piano esterno, deve tendere a convertire l’intimo di ciascuno” (pini c. , ibidem, 35).

Don Giuseppe Pendinelli